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kintsugi , Decoro , filosofia di vita , Ceramica , Tecniche decorative
27 Marzo 2026

Kintsugi: arte di riparare la ceramica e metafora della vita

Quando si rompe un oggetto si hanno due vie: darlo irrimediabilmente per perso e buttarlo oppure aggiustarlo e trasformarlo in qualcosa di diverso, non perfetto rispetto all’originale, ma più bello grazie alle sue imperfezioni.

Cos’è il Kintsugi?

Kintsugi è l’arte giapponese delle cicatrici d’oro, significa letteralmente “riparare con l’oro” .

Il Kintsugi o Kintsukuroi è una tecnica di restauro della ceramica, utilizzata in Giappone fin dalla fine del XV secolo, per riparare le tazze della cerimonia del tè.

La parola Kintsugi deriva dai termini “kin” che significa riunire o riparare e “tsugi” che vuol dire ricongiunzione.

I pezzi delle ceramiche rotte sono incollati tra loro con una lacca ricoperta di polvere d’oro. Le crepe sono così evidenziate da queste linee dorate che impreziosiscono l’imperfezione, diventando così la bellezza del pezzo.

Antica ciotola giapponese riparata con tecnica Kintsugi

La storia

Il Kintsugi, come arte, ha origine in Giappone durante il dominio dello shogun Ashikaga Yoshimasa, che regnò dal 1443 al 1473, nel periodo Muromachi.

Durante la cerimonia del tè, Yoshimasa ruppe una preziosa tazza tenmoku (famose per i loro distintivi e unici motivi nella smaltatura). La riparazione della tazza venne affidata a dei ceramisti cinesi, che la aggiustarono con delle graffe di ferro.

Tazza in ceramica temoku per la cerimonia del te

Lo shogun non gradì il restauro e la tazza fu mandata dai maestri ceramisti giapponesi, che per ripararla utilizzarono l’estetica del wabi-sabi, (la visione del mondo giapponese fondata sull’accettazione della transitorietà e dell’imperfezione delle cose, che deriva dalla dottrina buddista dell’anitya, bellezza imperfetta, impermanente e incompleta) e i materiali che avevano a disposizione cioè la lacca urushi e la polvere oro.

Yoshimasa apprezzò molto il risultato. La sua tazza non solo fu aggiustata, ma diventò un pezzo unico, traendo la sua bellezza dalle imperfezioni delle crepe dorate.

La tecnica

I cocci di ceramica sono uniti utilizzando un particolare tipo di lacca chiamata urushi, una resina ricavata dalla pianta Toxicodendron vernicifluum (Rhus verniciflua) autoctona del Giappone chiamata kiurushi.

La linfa è estratta dall’albero effettuando delle incisioni nella corteccia del fusto per farla colare. Ogni pianta può produrre al massimo 200 grammi di resina nel periodo della raccolta, tra giugno e novembre, rendendo la lacca urushi un materiale molto costoso. Questa resina è urticante e velenosa.

Dopo aver incollato la ceramica con la lacca si passa alla stuccatura, mescolando l’urushi al tonoko, polvere d’argilla macinata finemente. Quindi si prosegue lisciando la stuccatura. Poi, le crepe, quando la lacca non è ancora del tutto asciutta, vengono dipinte facendo cadere la polvere d’oro direttamente sulla fessura attraverso i fori di un panno o setaccio con la tecnica a spolvero.

Ad ogni passaggio, per far polimerizzare la lacca, la ceramica deve rimanere in un luogo umido ed in “assenza di aria“, in una condizione chiamata “muro“.

Dopo circa sette giorni con un batuffolo di seta, wata, si toglie l’eccedenza di polvere d’oro. Si passa poi, dopo qualche tempo, alla lucidatura dell’oro con la pietra d’agata.

I manufatti in ceramica aggiustati utilizzando la tecnica Kintsugi diventano pezzi unici, vere e proprie opere d’arte. Ogni oggetto riparato ha un suo particolare intreccio di crepe dorate, unico ed irripetibile, dato dalla casualità con cui la ceramica può rompersi. Impreziosire con la polvere d’oro ogni linea di congiunzione accentua la loro bellezza, rendendo la fragilità un punto di forza e di perfezione.

Riparazione di una tazza con tecnica Kintsugi

La filosofia

Il kintsugi non è solo un concetto artistico ma ha radici nella filosofia Zen del wabi-sabi che racchiude tre concetti base:

  1. MUSHIN: “senza mente“. Cioè la capacità di lasciar correre, dimenticare le preoccupazioni e liberare la mente dalla ricerca della perfezione.
  2. ANITYA:  significa “impermanenza“, non permanenza o transitorietà.  Tutto è in costante trasformazione e nulla è permanente, mutando istante dopo istante, dalla materia alle emozioni e ai pensieri. Accettare questa natura fluida della vita, che include nascita, cambiamento e dissoluzione, è cruciale per ridurre la sofferenza, l’attaccamento e raggiungere maggiore pace e saggezza. Non aggrapparsi a desideri e a cose, godendone nel presente consapevoli che prima o poi svaniranno.
  3. MONO NO AWARE: “la malinconia delle cose” o “la bellezza dell’impermanenza“, descrive la dolce tristezza e la consapevolezza emotiva che si prova di fronte alla fugacità e transitorietà della vita e di ogni cosa bella, accettandone il continuo divenire. È un’empatia profonda verso le cose, un’accettazione della caducità che genera una nostalgia positiva e una meraviglia per l’effimero.

L’arte del kintsugi viene spesso utilizzata come simbolo e metafora di resilienza ed è quindi una filosofia di vita: l’idea è quella che dall’imperfezione o da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore.

Consideriamo noi stessi come “oggetti in ceramica” che possono rompersi o creparsi, per dolori,  fallimenti, sogni spezzati. Abbiamo però la possibilità di rimettere insieme i cocci e trasformarci in qualcosa di diverso seguendo una crescita interiore. Ciò che era considerato negativo diventa prezioso ed unico.

Il Kintsugi in occidente

Nel mondo occidentale siamo sempre alla ricerca della perfezione in ogni ambito, partendo dalla bellezza fisica, al successo professionale ed economico, alle relazioni/amori/matrimoni perfetti. Ma, si sa, nella vita non sempre tutto va nel verso giusto. I fallimenti, le sconfitte, i dolori, il decadimento fisico ci portano ben lontano dall’idea di perfezione.

Tendiamo a riempire i vuoti dell’anima con nuovi oggetti e non ci fermiamo a riflettere: i tempi vuoti e le attese però sono oltremodo necessari per la vera comprensione della vita.

Tutto quello che si allontana dall’idea di perfezione è considerato un difetto e quindi va eliminato.

La filosofia Kintsugi ci può venire in soccorso perché ci insegna a sottolineare il valore delle “crepe dell’esistenza”. Ogni ruga, dolore, lutto, rottura, una volta superati, lasciano segni e ferite dentro di noi, ma dobbiamo imparare ad elaborarle e trasformare tutto il brutto che portano con sè.  Dobbiamo riuscire ad essere fieri delle nostre cicatrici che ci hanno comunque trasformato in qualcosa di nuovo, unico e prezioso. Dalle imperfezioni e dalle ferite può infatti scaturire una forma ancora maggiore di bellezza estetica ed interiore.

La filosofia Kintsugi è una lezione di vita.

La mia interpretazione della tecnica Kintsugi

Non essendo ceramista e non avendo gli strumenti necessari per creare oggetti con la tecnica Kintsugi, ho pensato di reinterpretarla a modo mio portandola nel mondo del mix media. Ho creato così la copertina di alcuni Midori utilizzando la carta pietra, alcune paste materiche, carte di riso e colori acrilici liquidi. Per realizzare le crepe ho mescolato una pasta gitterata oro con una finitura liquida. Questo è il risultato:

Midori decorati reinterpretando la tecnica Kintsugi
Midori decorati reinterpretando la tecnica Kintsugi (RiccieMici Creazioni)

 

In rete puoi trovare moltissimi tutorial di come realizzare i Midori, puoi guardare anche il mio canale YouTube oppure, se vuoi imparare a creare un Midori Kintsugi, ti insegno io ad Abilmente nella “Via delle idee”.

 

 

 

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